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L’ultimo discorso di Giuseppe Di Vittorio

Lo so, cari compagni, che la vita del militante sindacale di base è una vita di sacrifici. Conosco le amarezze, le delusioni, il tempo talvolta che richiede l’attività sindacale, con risultati non del tutto soddisfacenti. Conosco bene tutto questo, perché anch’io sono stato attivista sindacale: voi sapete bene che io non provengo dall’alto, provengo dal basso, ho cominciato a fare il socio del mio sindacato di categoria, poi il membro del Consiglio del sindacato, poi il Segretario del sindacato, e così via: quindi, tutto quello che voi fate, che voi soffrite, di cui qualche volta anche avete soddisfazione, io l’ho fatto. Gli attivisti del nostro sindacato, però, possono avere la profonda soddisfazione di servire una causa veramente alta. […]

Invito a discutere su questo: è giusto che in Italia, mentre i grandi monopoli continuano a moltiplicare i loro profitti e le loro ricchezze, ai lavoratori non rimangano che le briciole? È giusto che il salario dei lavoratori sia al di sotto dei bisogni vitali dei lavoratori stessi e delle loro famiglie, delle loro creature? È giusto questo? Di questo dobbiamo parlare, perché questo è il compito del sindacato. […]

Avete visto che cosa è avvenuto: mano a mano che il capitalismo riusciva ad infliggere dei colpi al sindacato di classe e alla CGIL, e quindi a indebolire la classe operaia, non solo si è verificata una differenza di trattamento dei lavoratori, ma come conseguenza di questa differenza di trattamento, si è aperto un processo in Italia che tuttora continua. […] Si sono aperte le forbici, si è prodotto uno squilibrio sociale profondo nella società italiana. Supponete, per esempio, che il rapporto fra salari e profitti fosse 100 per i salari e 100 per i profitti nel 1948. Come è andato sviluppandosi il processo? I profitti da 100 sono andati a 110, i salari sono rimasti a 100. Poi i profitti sono andati a 150, i salari sono andati a 105; i profitti sono andati a 200, i salari sono andati a 107; i profitti sono andati a 300, i salari rimangono a 107-8-9.

Quindi si sono aperte due curve: i profitti si alzano sempre più e i salari stentano a salire, rimangono sempre in basso. Le conseguenze, allora, di questi colpi ricevuti dalla CGIL ad opera del grande capitalismo, delle scissioni, delle divisioni dei lavoratori quali sono state? Ecco: le due curve, la curva dei profitti che aumenta sempre di più, e la curva dei salari che rimane sempre in basso. […]

La nostra causa è veramente giusta, serve gli interessi di tutti, gli interessi dell’intera società, l’interesse dei nostri figliuoli. Quando la causa è così alta, merita di essere servita, anche a costo di enormi sacrifici. So che una campagna come quella per il tesseramento sindacale richiede dei sacrifici, so anche che dà, certe volte, delusioni amare. Ci sono ancora lavoratori che non hanno compreso, ma non bisogna scoraggiarsi. Pensate sempre che la nostra causa è la causa del progresso generale, della civiltà della giustizia fra gli uomini.

Lavorate sodo, dunque, e soprattutto lottate insieme, rimanete uniti. Il sindacato vuol dire unione, compattezza. Uniamoci con tutti gli altri lavoratori: in ciò sta la nostra forza, questo è il nostro credo.

Lavorate con tenacia, con pazienza: come il piccolo rivolo contribuisce a ingrossare il grande fiume, a renderlo travolgente, così anche ogni piccolo contributo di ogni militante confluisce nel maestoso fiume della nostra storia, serve a rafforzare la grande famiglia dei lavoratori italiani, la nostra CGIL, strumento della nostra forza, garanzia del nostro avvenire.

Quando si ha la piena consapevolezza di servire una grande causa, una causa giusta, ognuno può dire alla propria donna, ai propri figliuoli, affermare di fronte alla società, di avere compiuto il proprio dovere. Buon lavoro, compagni.

Giuseppe Di Vittorio al convegno dei dirigenti e degli attivisti della Camera del Lavoro di Lecco, 3 novembre 1957

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BILANCIO DI UN PERCORSO FUORI DAGLI SCHEMI…

….ovvero dei propositi per il futuro

Il contesto nel quale abbiamo iniziato a confrontarci con una serie di soggetti del panorama politico venariese era, ed è tuttora, particolarmente complicato.

Partiti senza iscritte/i, in certi casi anche iscritte/i senza un partito, un ristretta minoranza in ogni caso.

Quasi ovunque diffidenza e mancanza di partecipazione alla vita politica.

Mentre cercavamo di allargare il nostro gruppo ci siamo ritrovati spesso di fronte ad un bivio: accostarci in una logica di subalternità al partito che vantava più voti o accostare al nostro progetto persone portatrici di un gran numero di voti. Entrambe le strade erano vicoli ciechi che avrebbero portato alla conservazione dell’esistente.

Così abbiamo scelto il piano inclinato di partire da zero, senza “notabili” e senza partiti “forti” alle spalle, interloquendo con due realtà radicate sul territorio, Uniti per Cambiare e con il “gruppo” di Pino Capogna.

Un insieme di soggetti decisamente eterogeni uniti inizialmente proprio da due istanze convergenti: uscire dal classico schema di contrapposizione di centro destra e centro sinistra e mettere insieme persone portatrici di competenze a prescindere dalle storie personali e dalle appartenenze.

La particolarità, forse non sufficientemente valorizzata in campagna elettorale, ma vero tratto fondativo della coalizione che sarebbe andata da lì a poco delineandosi, è che il nucleo di persone che componevano il gruppo di lavoro si caratterizzava per una spiccata propensione all’impegno nel sociale.

A posteriori possiamo dire che tentavamo di mettere insieme due visioni di operare nel sociale: una di matrice cattolica che pone al centro la dimensione del volontariato, un’altra di orientamento progressista imperniata sulla centralità della cooperazione sociale. Entrambi elementi da far convergere in una più ampia prospettiva comunitaria in cui riattivare partecipazione e cittadinanza, in cui produrre una trasformazione sociale e politica.

In tutta onestà invece, non sappiamo definire in che misura questa scelta sia stata determinata da una reale voglia di portare un radicale cambiamento e quanto da una componente di ambizioni personali da esaudire. Né quanto, nel determinare l’avvio del percorso e la successiva scelta di costituire una coalizione che si presentasse alle elezioni comunali, abbia inciso una sopravvalutazione dei nostri mezzi o la non eccelsa qualità delle altre proposte politiche in campo.

Ma sappiamo che le diversità di questi tre soggetti sono riuscite a trovare una sintesi compiuta su un programma condiviso, innovativo e decisamente avanzato sulle questioni sociali e sui temi ambientali.

A sostenere questo impianto l’idea di una “alleanza comunitaria”, fra persone, associazioni profit e no-profit e governo cittadino. Nella sostanza una proposta di governo partecipato. Come Sinistra Civica riteniamo di avere il dovere e la responsabilità di non disperdere il patrimonio di progettualità e reti di relazioni sino ad oggi costruito. La bussola che guiderà le nostre azioni sarà praticare, anche fuori dal consiglio comunale, ciò che realmente ci ha unito: non consegnare un assegno in bianco per la gestione della città a chi uscirà vincitore dal prossimo ballottaggio, ma condizionare in positivo la coesione sociale, allargare gli spazi di partecipazione ed incalzare, laddove occorresse, l’azione del governo cittadino.

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Comunicato stampa 28 settembre

Sinistra Civica, nonostante la bontà del progetto presentato ai cittadini di Venaria, sia dal punto di vista delle proposte sia da quello della modalità di costruzione delle stesse, prende atto della volontà degli elettori, i quali hanno decretato un ballottaggio che non ci vedrà protagonisti.

Riteniamo non sia utile soffermarsi sul perché, la coalizione nel suo complesso, pur sfiorando la quota del 20% delle preferenze, non sarà fra gli sfidanti di questo secondo turno. Ci permettiamo semplicemente di osservare che, la portata delle novità messe in campo da “Progetto Civico”, avrebbe avuto bisogno di maggiore tempo per radicarsi e dare i suoi frutti anche dal punto di vista elettorale.

In questa fase precisa ci limitiamo ad osservare che se fosse stato possibile trovare un punto di sintesi con lo schieramento di centro sinistra, o se anche solo fosse stato possibile interloquire in termini programmatici con il PD venariese e con le altre forze che compongono la coalizione, lo avremmo fatto a tempo debito, e non a urne chiuse.

Riteniamo che il nostro impegno debba continuare nell’ambito di progetto civico e della ventata di novità che quest’ultimo ha portato. Ma non possiamo esimerci dallo schierarci, perché sarebbe miope non pensare al futuro della nostra città. E a questo proposito, certamente, non possiamo permetterci di lasciare in mano Venaria a chi voleva cambiarne la storia, per esempio proponendo di cambiare il nome a di via Andrea Mensa in via Carlo Alberto.

A chi, su temi quali l’integrazione e la famiglia si rifà a schemi intolleranti e regressivi. A chi ha la responsabilità di aver imposto drastici tagli ai servizi sanitari territoriali ed a chi ha da sempre considerato prioritario il profitto rispetto alla salute, come ad esempio è accaduto in Lombardia.

Inoltre, in occasione della passerella di Salvini pro-Giulivi qui a Venaria, durante la quale abbiamo espresso il nostro dissenso proprio rispetto a questi temi, non abbiamo potuto fare a meno di notare quanti elementi di estrema destra popolassero piazza Petitti, ben contenti della presenza del loro “capitano”.

Dobbiamo altresì constatare che, guardando alla composizione del consiglio comunale in caso di vittoria di Giulivi, le preoccupazione sopra espresse, rischierebbero seriamente di diventare realtà.

In conclusione, non solo non riusciamo a vedere nulla di “nuovo” in questo, così come invece viene sbandierato sin da inizio campagna elettorale dal candidato sindaco Fabio Giulivi, ma temiamo appunto la restaurazione di un passato che vorremmo non tornasse. L’unica novità, che davvero rischia di concretizzarsi in caso di vittoria della coalizione di Fabio Giulivi, sarebbe il governo della città in mano alla destra; circostanza quest’ultima mai visto verificatasi dalla nascita della Repubblica ad oggi. Proprio per questo motivo Sinistra Civica lavorerà affinché questa possibilità non si realizzi né ora né mai.

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LISTA SINISTRA CIVICA

SINISTRA CIVICA IN LISTA!!!

e che lista…

Da ieri sera (13/07/2020/), SINISTRA CIVICA, dispone (orgogliosamente!) di una LISTA di CANDIDATE e di CANDIDATI plurale, ricca di persone con storie, esperienze e competenze eterogenee, che hanno saputo mettersi insieme, con grande spirito unitario, sostenendo le tre parole d’ordine programmatiche, riportate anche nel nostro simbolo, ovvero: SOSTENIBILITA’, EQUITA’ e SOLIDARIETA’.

È composta da DONNE (13) e UOMINI (11) che si riconoscono nei VALORI COSTITUZIONALI e che intendono combattere ogni forma di violenza e di discriminazione, ivi compresi razzismo e fascismo.

Una lista di candidate e di candidati all’amministrazione cittadina rispettosa delle differenze di genere e di età, rappresentativa di tutte le categorie sociali e professionali, dagli studenti a chi non è più lavorativamente attivo.

Che fa della differenza appunto un valore e del lavoro collettivo la propria forza, perché ognuna ed ognuno di loro possano concorrere alla formazione delle proposte e delle decisioni a cui saremo chiamati.

Una rosa di persone che è stata e sarà affiancata da un gruppo di lavoro che, con grande impegno ed abnegazione, ha in definitiva permesso di mettere in campo una progettualità che si richiama apertamente ai valori della sinistra.

Tutto questo nell’ottica di valorizzare la nostra città e di ricostruire una vera COMUNITA’ venariese, più coesa, solidale e giusta.

1) BOIETTO ALESSANDRA ANCONA 01/04/1998

2) CAMINITI MARIA ROSA BENESTARE (RC) 04/11/1979

3) CHIRICO NICCOLO’ VENARIA REALE (TO) 01/03/2001

4) COSTAMAGNA GIUSEPPE TORINO 21/02/1952

5) CRIVELLER VALENTINA VENARIA REALE (TO) 11/04/1984

6) D’APICE MARTA VENARIA REALE (TO) 31/12/1991

7) FERRANDO DARIA GENOVA 07/05/1948

8) GRAZIANO ROSA ROCCALUMERA (ME) 18/12/1946

9) IZZO FRANCO TORINO 03/07/1976

10) MANGIERI LUIGI CARIGNANO (TO) 19/04/1977

11) MANTOVANI MASSIMILIANO VENARIA REALE (TO) 15/08/1970

12) NOTO SONIA SANTINA VENARIA REALE (TO) 09/07/1981

13) PARMEGGIANI ANDREA TORINO 11/11/1974

14) PEROSINO GIAN CARLO TIGLIOLE (AT) 01/05/1951

15) PITTA ANNIBALE TORINO 08/11/1956

16) POLIERI SIMONA VENARIA REALE (TO) 02/04/1991

17) RITIRI MARINA TORINO 14/08/1961

18) RUBETTI MADDALENA TORINO 05/02/1947

19) SANTANGELO SEBASTIANA detta “LILIANA” TORINO 17/02/1958

20) SAVINO MARIA TORINO 14/08/1954

21) SCHIERANO SONIA VENARIA REALE (TO) 07/09/1976

22) VIANZONE LUCA GIOVANNI TORINO 01/07/1973

23) VIGGIANI CARLO VENARIA REALE (TO) 27/04/1976

24) ZECCHINATO GUALTIERO VENARIA REALE (TO) 18/02/1956

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Cara regione Piemonte che fine ha fatto il programma pit-stop?

Carlo Viggiani 43 anni
Tecnico di laboratorio chimico
Delegato sindacale FIOM

Anche il nostro poliambulatorio doveva farne parte, sebbene a me non risulta che non abbia mai visto la luce.

Lo chiedo per un amico: visto che il centrodestra venariese rivendica a sé stesso di riaprire il pronto soccorso (prerogativa della Regione, governata dal centrodestra) chieda, anche, a sé stesso che fine ha fatto questo progetto avviato a Rivoli, Susa e Pinerolo, seppure con tutti i suoi limiti (carenza di reagenti), come evidenziato dalla stampa locale. clicca qui per approfondire

Ancora una volta abbiamo perso un’occasione per dare un significato ad una struttura che rischia di diventare una cattedrale nel deserto.

Sempre rimanendo sul tema tamponi e mappatura del contagio, leggo con un certo disappunto che la regione Piemonte ha dato il via libera alla possibilità di effettuare test sierologici ai cittadini in laboratori privati, e chi non se lo può permettere?

Le istituzioni non devono tutelare la salute di tutti?

clicca qui per approfondire

Nonostante quanto propagandato, scopriamo che per la riapertura del pronto soccorso, se così possiamo definirlo, toccherà attendere luglio, salvo sorprese, dopo anche Giaveno, altro che prima i venariesi.

clicca qui per approfondire

Bisogna ammettere che, anche con il centrodestra in regione, il peso di Venaria, nel panorama piemontese, non è cambiato. È bene che su questo si rifletta tutti, se si ha a cuore il futuro della nostra città.

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IL CAMBIAMENTO CON IL PROGETTO CIVICO.

Come culture e storie differenti possono giungere ad una nuova idea della politica locale: l’Alleanza comunitaria.

Franco Izzo

Una breve premessa.

Negli ultimi decenni, paradossalmente, all’enfasi posta sulla necessità di rafforzare il ruolo delle autonomie locali, ha corrisposto un indebolimento strutturale delle loro capacità di incidere concretamente sulle problematiche sociali.

La ragione a mio parere sta principalmente nel fatto che, in ossequio ad un’impostazione neo liberista, il decentramento di poteri è stato concepito nell’ambito di un disegno complessivo di restringimento delle funzioni pubbliche.

Tale disegno si è realizzato in politiche che hanno trovato applicazione compiuta con il “patto di stabilità interna”. Nel concreto, le politiche adottate hanno vincolato gli enti locali ed in particolare i comuni ad un sintomatico taglio delle risorse disponibili (producendo conseguentemente un accrescimento dell’imposizione locale, una riduzione delle loro opere pubbliche, l’alienazione di parte del patrimonio comune e una disponibilità maggiore a rendere edificabili i terreni, esternalizzazioni e un aumento delle tariffe dei servizi, specie quelli a domanda individuale). Il blocco delle assunzioni, inoltre, ha determinato una aggiuntiva difficoltà degli enti locali a poter svolgere le proprie funzioni anche per una “carenza” di personale.

Ancora, le leggi elettorali e le normative sul funzionamento economico, amministrativo e politico, approvate nel corso degli anni, ne hanno drasticamente ridotto la capacità di rappresentanza democratica e appunto di possibilità di svolgere efficacemente la propria funzione politica.

Nonostante ciò, credo che gli enti locali abbiano e continuano a svolgere una fondamentale funzione democratica.

Contestualmente, le autonomie locali e soprattutto i comuni, restano le istituzioni più vicine ai cittadini e devono confrontarsi, seppure risultino sempre meno gli strumenti a loro disposizione, con una crescente domanda sociale (e non mi riferisco solo ai poveri), che potremmo definire di prossimità. Insomma, il Comune è la politica a portata di mano. Lo Stato come vicino di casa.

Infatti, i cittadini gli domandano tutto.

Il disagio sociale (che si esprime in varie forme, economiche e non), la disgregazione della società (a cominciare dai luoghi del lavoro, ma non solo), “la società liquida” cui si riferisce il sociologo Bauman, sono un dato oggettivo del nostro tempo: ciò nonostante la dimensione comunale resta, proprio dal punto di vista sociale, uno dei principali luoghi di tenuta delle relazioni, di resistenza dell’organizzazione civile e comunitaria ed anche di espressione della solidarietà tra le persone.

Con questo presupposto provo a indicare il mio punto di allontanamento degli schemi politici “classici” che vedono un centrosinistra contrapposto a un centro destra a prescindere dai contenuti, anche se poi, a ben guardare, i programmi di questi due schieramenti risultano sempre più simili.

Ovviamente, per me, questo non significa affatto che la sinistra non abbia ragione d’essere, piuttosto l’opposto. Ma una sinistra che “revisiona” la propria cultura in modo attivo e senza rinunciare ai propri valori. Il contrario di quanto ha prevalso negli ultimi decenni, ovvero una rivisitazione passiva del proprio punto di vista, che sostanzialmente ha significato subire quello degli altri.

La concretezza è il campo del confronto ed è proprio sulla concretezza delle priorità di intervento e dei progetti che si può validare un programma politico. Ma tra le priorità a mio parere deve esserci il sistema delle relazioni, deve esserci appunto la Comunità. Quindi, una buona amministrazione, non può essere semplicemente quella che eroga i servizi nel modo migliore. Una buona amministrazione è anche quella che promuove e si interroga su percorsi di riorganizzazione e autodeterminazione della propria Comunità, con intenzionalità e inclusione.

La riorganizzazione della Comunità

Sul tema “del lavoro comunitario” nel corso degli anni in molti hanno scritto e agito.  Osservando la nostra città penso sia giusto valutare il lavoro e le proposte di Gianni Marchetto e la sua Associazione “Esperienze e Mappe grezze”, esplicitamente riferite all’ opera e all’esperienza di Saul David Alinsky, diffusa negli USA e noto per la sua attività di organizzatore di comunità. Appunto, nelle sue iniziative, Alinsky metteva sempre al centro del tentativo organizzativo proprio l’autodeterminazione della comunità.

A questo proposito, la nostra città, ha la possibilità di riconsiderare anche il lavoro realizzato dall’Amministrazione Catania “Ter”, ovvero il tentativo di costruzione del nuovo Piano Regolatore Sociale, troppo facilmente accantonato dal Sindaco Falcone e dal Movimento 5 Stelle. Tale intento, che è stato ovviamente ignorato anche dagli altri soggetti politici, rappresentava un modo molto concreto per praticare un’idea nuova di riorganizzazione della nostra Comunità sui temi del welfare, importante sia per i suoi contenuti e allo stesso modo, altrettanto utile per i metodi adottati.

Anche l’esperienza del Bilancio Partecipativo voluta dall’ amministrazione grillina uscente, pur considerando i suoi limiti, consistenti a mio parere nella eccessiva centralità data alla Giunta comunale e al Sindaco, merita di non essere abbandonata, piuttosto inserita in una pratica più sistemica e allo stesso tempo più spontanea.

Proprio in virtù del “lavoro” di costruzione della Comunità Venariese, evidentemente, bisogna considerare l’importante attività di tutti quei soggetti che agiscono quotidianamente con il proprio impegno solidale: Caritas, OO.SS, Associazioni Culturali e sportive, le scuole cittadine, il CISSA e altri soggetti istituzionali.

In questo senso e sempre più chiaramente, la soluzione di problemi sociali, la possibilità di iniziative di sviluppo comunitario, diviene realizzabile con modalità operative adattabili e decentrate, in contesti più vicini alla quotidianità e fondate sulla promozione di reti miste, intese come sistema di corresponsabilità tra soggetti diversi. Fare sviluppo di comunità significa considerare la comunità intera come attore di cambiamento sociale.

A mio parere, tra gli elementi emersi con la Pandemia, c’è appunto il bisogno di mettere in campo le specificità territoriali, il dinamismo sociale, riconoscere la Comunità, attivando sinergie tra gli enti statali e i soggetti privati su obiettivi di interesse pubblico molto definiti, come ad esempio la salute e la prevenzione.

Il Progetto Civico, Alessandro Brescia e l’Alleanza Comunitaria

Il 15 febbraio 2020 viene presentato Progetto Civico e Alessandro Brescia candidato Sindaco, in una conferenza stampa in cui Alessandro Cubello, Flavia Bogiatto, Pino Capogna parlano delle ragioni per cui, persone con culture e storie politiche molto diverse, hanno deciso di collaborare ed impegnarsi in vista delle prossime elezioni amministrative, con un Progetto fuori dagli schemi: porre al centro appunto l’ idea che la amministrazione assuma tra i suoi obbiettivi  principali proprio “il rafforzamento delle relazioni sociali”, “ la riorganizzazione della Comunità” il progetto di “una Alleanza Comunitaria”. Questo credo sia l’elemento principale di distinzione dagli altri progetti in campo: gli altri in sostanza domandano una delega e cercano di presentarsi come affidabili e migliori. Progetto Civico considera fondamentale per realizzare un progetto di cambiamento concreto nella nostra città che si mobiliti l’intera comunità.

Con l’articolo del 12 maggio 2020 Alessandro Brescia torna sul tema, dopo la drammatica e ancora in essere vicenda pandemica: 

“Il Comune come possibile “agente” di sviluppo locale per promuovere un’ALLEANZA DI COMUNITA’, capace di dar vita a un “SOGGETTO COLLETTIVO MULTI-ESPERTO”, frutto dell’integrazione di saperi, risorse e azioni dei soggetti, pubblici, privati e del terzo settore.”

La parola comunità, le idee comunitariste, non sono quindi una novità nel mondo e nel nostro paese. Hanno una storia lunga e differenziata. Anche nella nostra città mi è capitato di conoscere persone che si definivano comunitarie. Sono parole maggiormente appannaggio di operatori sociali, associazioni impegnate sul fronte dell’assistenza e della solidarietà. La novità del “Progetto Civico” sta nel voler trasformare queste parole e idee in un programma politico per la nostra città. Un’Agenda politica per l’Innovazione Sociale e per lo Sviluppo sostenibile di Venaria Reale.
Un’idea che a suo tempo anche il Comitato Comunità Futura di Chindamo, Russo e Longo aveva provato a proporre a tutte le forze democratiche cittadine incontrando tanto interesse quanto incomprensione. Quindi, per quanto sia faticoso questo percorso, fatto di un confronto autentico, difficoltà oggettive dovute alla sproporzione di mezzi e strumenti rispetto agli altri soggetti politici in campo, problematicità derivanti proprio dalla diversità rispetto alla consuetudine politica,   per quanto complesso sia praticare la democrazia e riconoscere lo “straniero”, inteso in senso lato, come colui che è diverso da te, Progetto Civico per Venaria è qualcosa per cui vale davvero la pena impegnarsi, nei modi e nelle forme che si renderanno possibili. l

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50 anni di diritti

Carlo Viggiani 43 anni
Tecnico di laboratorio chimico
Delegato sindacale FIOM

Era il 20 maggio 1970, quando venne varata la legge 300 “Lo Statuto dei Lavoratori”, una conquista epocale, in quanto, prima di allora, la situazione dei lavoratori nei luoghi di lavoro non era minimamente paragonabile a quella odierna, una parola di troppo, o semplicemente un no ed eri fuori, licenziato o nel migliore dei casi, confinato in qualche reparto.

Sebbene siano trascorsi 50 anni, basta rivolgersi a chi queste ingiustizie le ha vissute in prima persona, e che ora assiste impotente a questo scempio, fatto di un susseguirsi di conquiste che vengono meno, riportando indietro nel tempo la situazione.

Nel corso degli anni si è assistito ad un tentativo subdolo di spostare gli equilibri, di quello che già per sua natura è un rapporto impari, quello tra datore e dipendente.

Fino ad arrivare a quel maledetto 7 marzo 2015, data di approvazione del Job’s Act, dopo anni di tentativi, accadde quello ancora oggi in molti non si spiegano, un clamoroso autogol da parte di quella che agli occhi di tutti rappresentava la sinistra italiana, sebbene di sinistra avesse ben poco, lo statuto dei lavoratori viene depredato di quello che era uno dei suoi punti cardine, ovvero l’articolo 18, facendo credere a tutti che fosse cosa buona e giusta.

La domanda è: perché dare all’imprenditore la possibilità di licenziare senza giusta causa? È stata una dimostrazione di forza,una sconfitta pesante per tutti, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.

Quella pseudosinistra, oggi finalmente esce allo scoperto strizzando l’occhio alle destre, dopo averlo strizzato ai padroni. E noi spaventati da questa pandemia, che mina a ciò che di più importante abbiamo, ovvero la salute, oggi riscopriamo l’importanza dei diritti e delle tutele sui luoghi di lavoro.

Ci aspettano anni di grandi cambiamenti, non commettiamo più gli errori del passato, i diritti non si vendono.





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“LIKE”, PEZZI MANCANTI DEL PUZZLE PROGRAMMA?

Massimiliano Mantovani
50 anni Operaio-

Come tutti sanno Venaria Reale arriva da un’esperienza di pluri-commissariamento decisamente anomala; è infatti la terza volta che la nostra città viene appunto commissariata, questo è il dato oggettivo.

Sicuramente i più impegnati politicamente argomenteranno il dato scambiandosi colpe, imputandosi a vicenda accordi non responsabilmente sostenuti, altri indicheranno il motivo nell’ incompetenza amministrativa e/o all’inesperienza politica; viceversa. molti altri, potrebbero vantarsi di esser stati all’opposizione ed appuntarsi fieri la medaglia per aver messo in difficoltà le varie maggioranze e quindi riuscendo a far cadere il sindaco di turno.

Non è mio volere analizzare le cause e le dinamiche, sia politiche che personali, che hanno portato a tali esiti. D’altro canto, ci siamo ormai abituati da associare la politica ad un nome che ci dia più o meno garanzie di affidabilità, simpatia, onestà, competenze e quant’altro tocchi la nostra emotività. Questa cattiva abitudine, in molti casi, ci ha fatto dimenticare che le caratteristiche appena elencate dovrebbero essere messe a disposizione da soggetto che si candidi a rappresentare un progetto comune, ovvero “il Programma”. Un programma che formuli delle proposte politiche e le linee guida da seguire nel quinquennio avvenire.

L’ideale sarebbe avere un programma ampiamente discusso con quella parte di cittadini che abbiano la voglia e la costanza di partecipare alla costruzione dello stesso, per poi, una volta condivisi i punti, renderlo pubblico. In modo da permettere a tutti eventuali modifiche e/o integrazioni. Rendere pubblico il proprio programma per una forza politica, qualunque essa sia, dovrebbe esser il primo obbiettivo al quale pensare, in modo da consentire al singolo cittadino di avere piena consapevolezza del suo voto e di sentirsi parte integrante di un percorso. Uno dei motivi per il quale siamo stati commissariati in questi anni, forse, andrebbe ricercato proprio nella mancata e piena condivisione del programma, nei tempi e nei modi adeguati a favorire partecipazione e consapevolezza.

Tuttora, nella nostra città, le varie coalizioni che intendono presentarsi non hanno ancora palesato il proprio programma, se non, in certi casi in forma di bozza. In altri bisogna raccogliere pezzi del puzzle dentro “la scatola” dei social network, per farsi una vaga idea delle proposte di governo della città.

Alcune ricerche in materia di comunicazione politica, eseguite coinvolgendo elettori residenti in vari comuni dove si era prossimi al voto, mostrano dati interessanti: circa il 57% degli intervistati legge i programmi dei candidati, ma solo il 10% lo ricorda. Questo ultimo dato è quello che ci fa capire che per rendere un programma utile alla città occorre che quest’ultimo sia l’esito di un percorso inclusivo, partecipato e condiviso.

Purtroppo, da parte delle varie coalizioni, ad oggi, ci sembra di assistere alla mera ricerca forsennata di qualche “like” in più.

Mentre, proprio oggi ed a maggior ragione nella difficile situazione economica e sociale legata all’epidemia in atto, servirebbe un programma politico che guardi al futuro e che indichi delle linee guida per affrontarlo.

Oltre che all’intento della buona ed efficace amministrazione della macchina comunale, che dovrebbe essere insita in coloro che si candidano a responsabili della città, nei programmi mi piacerebbe vedere scritto quanto segue:

-quali sono le prospettive a tutela del Parco Pubblico “la Mandria” e, soprattutto, se la futura amministrazione intenda far sì che rimanga appunto un bene pubblico;

-quali sono le prospettive per la messa in sicurezza delle sponde fluviali;

-come si pensa di agire per migliorare il welfare comunale;

-come si pensa di sostenere i molti commercianti non ubicati nelle vicinanze delle vie centrali;

-come si intende, sempre che lo si intenda, recuperare gli edifici abbandonati tipo le ex caserme che sono comunque strutture del pubblico in gestione all’ente di competenza ma sempre a servizio del pubblico, per non fargli fare poi la fine dell’ex infermeria quadrupedi data in mano a privati;

-che volontà si ha, sempre che la si abbia, di favorire la democrazia partecipata, la reintroduzione e rimodulazione dei comitati di quartiere quali unico punto di reale contatto fra i cittadini ed il palazzo comunale;

-che si abbia intenzione di chiedere alla Regione Piemonte il rispetto dell’accordo siglato nel 2010  per la realizzazione del secondo lotto dell’ospedale.

-che vi siano indicazioni atte a migliorare le strutture scolastiche pubbliche, fucina della cultura dei nostri figli,  presenti all’interno del nostro territorio

Questi sono i punti che vorrei poter leggere nei programmi delle coalizioni e molti altri ancora e credo che anche tanti miei concittadini sarebbero lieti di leggerli.

Ma per ora posso solo immaginare che la “destra cittadina” segua gli schemi di quella nazionale, magari favorendo i ricchi anziché i più bisognosi, come nel caso della “flat tax”, o rinfocolando l’odio verso le minoranze, come nel caso degli immigrati.

Mentre, nella cosiddetta coalizione di “centro-sinistra”, ci si impegna a far conoscere la figura, come giusto che sia, della candidata sindaca, tralasciando, per il momento, di rivelare indirizzi politici precisi. In tale contesto, il puzzle della nostra città continua a rimanere scomposto, quando invece avrebbe un urgente bisogno di tasselli impegnativi, quali ad esempio la sostenibilità ambientale, l’equità e la solidarietà, requisiti indispensabili per affrontare nel migliore dei modi i complicati giorni futuri, al posto di qualche facile “like”

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Silvia Romano

Luigi Mangieri 43 anni
Gestore clienti società di factoring,
settore bancario

Nei giorni scorsi è stata liberata Silvia Romano.

Il suo impegno come cooperante nei paesi in via di sviluppo dedicandosi ai bambini orfani, ha rappresentato una delle declinazioni migliori del concetto di solidarietà che la nostra lista presenta tra i suoi valori fondanti e che cercheremo di destinare al futuro della nostra città.

Non dimentichiamo però le voci che l’hanno offesa indegnamente: “poteva stare a casa e aiutare gli italiani”, “se l’è cercata”, solo per citarne alcuni.

Noi non la giudichiamo, anzi sosteniamo con forza che il clima d’odio e la caparbietà nell’attaccare il prossimo, lo straniero, o solamente quello che non conosciamo, perché in fondo fa paura, siano degli stupidi esercizi che si macchiano di superficiale e barbara inconsistenza.

Gli attacchi senza dati alla mano, o totalmente inventati, sono sempre più frequenti, ma la società che immaginiamo per la nostra città è fatta di competenze, che nel recente passato sono mancate, e di visione del futuro; questo anche grazie all’aiuto di chi fa parte, o lo vorrà fare, della nostra lista, compresi i soggetti che hanno già amministrato, sapendolo fare, la Res publica.

Silvia è stata attaccata anche nei momenti della liberazione e al suo ritorno in Italia da parte di chi si è fatto troppe domande sulla sua conversione all’Islam.

Anche in questo caso è desolante ricordare ancora una volta che noi non pesiamo certi tipi di scelte; ma non scordiamoci da quale parte politica o quotidiano partono le accuse e “se il problema è il vestito, occupatevi di quelli in nero con il braccio alzato” (cit. Andrea Purgatori) che, aggiungo, vogliono governarci anche a livello locale 

Probabilmente la nostra cooperante non è stata messa completamente a conoscenza dello stato della società ai tempi della pandemia, trovandola diversa da come l’aveva lasciata, ma uguale nell’ignoranza di certa classe politica che sembra non voler capire di come il pianeta si stia riprendendo ciò che gli era stato tolto e che occorreranno scelte ambientali che hanno come obiettivo la sostenibilità anziché la cementificazione (monitoraggio delle emanazioni provenienti dalla Barricalla e gestione dell’Ecocentro).

Auspichiamo che la politica ritorni a compiere scelte attraverso le leve dei soggetti più esperti, senza cadere nell’incompetenza e nei finti slogan e cortesie che cercano solamente di attirare consensi.

“Non nascondetevi dietro la politica. E’ l’umanità” che vi manca” (cit. Riccardo Cucchi).

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Affinché il virus non contagi la democrazia La politica deve svolgere la propria funzione.

Franco Izzo 43 anni

Riflettendo pure autocriticamente su questi mesi e sulla nostra realtà cittadina, un tema emerge, ancora più in quanto commissariata, affrontato molto parzialmente nel dibattito pubblico: mi riferisco al tema del ruolo che in un momento tanto difficile deve avere la politica. In poche parole ritengo che la politica deve essere protagonista e attenta promotrice delle prassi democratiche. Una questione molto concreta.

Sul polemizzare e il dissentire.

Il confronto e le divergenze sono una parte importante della democrazia. Il conflitto delle idee non è un disvalore. Piuttosto quando manca il confronto a mio parere è più probabile che si realizzino scelte sbagliate e opache. O che prevalgano le opinioni e/o gli interessi di pochi. La fase straordinaria che stiamo vivendo è tale anche dal punto di vista democratico, con questo non intendo criticare l’operato di alcuno, preferisco proporre una riflessione concreta su quanto è possibile e necessario realizzare per “convivere” con il COVID 19 tutelando il più possibile la salute, il reddito e permettetemi la democrazia.

Infatti sono convinto che la democrazia è inerente alla quotidianità di ciascuno, tutt’altro che astrazione o semplice rispetto delle regole e delle norme.  In altri termini norme e regole sono necessarie, ma ancora più lo sono le pratiche e la cultura.

La condizione in cui ci troviamo.

La fase che viviamo è difficile e rischia di diventare pure peggio. Dovremmo riconoscere per onestà che la pandemia ha aggiunto tragicamente incertezza e precarietà ad un quadro sociale, economico e politico che certo non si presentava come idilliaco. A mio parere la pandemia è stato un acceleratore che ha evidenziato i limiti del liberismo e del suo modello economico e sociale. Ritengo altresì che tutti possiamo riconoscere di trovarci a dover affrontare una situazione straordinaria e di emergenza.

Il politico è chi politica fa. (citando il film Forrest Gump)

A prescindere quindi dal mio approccio politico e culturale, di uomo di sinistra, mi sorprende molto l’atteggiamento della politica che realizza polemiche di basso profilo (quindi non assumendo la realtà come il campo del confronto), nondimeno quanto coloro che nella sostanza a fronte di una situazione straordinaria, assumano per poterla gestire, modi e proposte assolutamente ordinari e in continuità con le politiche prevalenti prima della pandemia. Quindi per meglio uscire dall’emergenza sono necessarie azioni straordinarie per quanto ponderate e il più possibile condivise, anche nella nostra città, priva di un sindaco, di una Giunta e di un Consiglio Comunale. In questo senso è inevitabile e forse dovuto, ricordare al Commissario prefettizio che nella nostra comunità esiste una società civile e una vita democratica. Esiste la politica. Tutte le azioni che in qualche modo condizionano la vita sociale hanno un valore politico. Quindi si prestano ad un confronto.

Pertanto ritengo doveroso di mio fare alcune proposte che possano evidenziare l’utilità della politica e il nesso tra la democrazia e la sua validità.

  1. La tutela della salute e prevenire i rischi dall’epidemia COVID 19 sono prioritari, sarebbe importante che nella nostra città si costituisse un Comitato istituzionale e partecipato allo scopo di promuovere e vigilare su tutte le attività di prevenzione (come previsto anche dal “Protocollo governo e parti sociali” del 24/4); infatti, a dimostrazione, bisognerebbe monitorare e verificare il rispetto del protocollo presso le piccole attività commerciali, parrucchieri, estetisti, ecc. che fremono comprensibilmente per aprire. Ma ci sono ovviamente tutte le altre aziende (ca. 2.800 con oltre 9.000 addetti – la stragrande maggioranza sta’ tutta al di sotto dei 15 addetti – solo in ca. 30 aziende vi sono le OO.SS. organizzate in RSU e RLS – e il resto?). Sono informate? Sono attrezzate per prevenire il contagio? Sono sufficientemente supportate? Hanno dei luoghi adeguati in cui possano sentire il proprio disagio e i propri interessi rappresentati? Anche a livello cittadino. Questo Comitato potrebbe essere lo strumento per tutti i soggetti coinvolti, i componenti dovrebbero essere le OO.SS e Datori di Lavoro, ASL, CISSA, Centro per l’Impiego, Comune e tutti quei soggetti utili a realizzare gli obbiettivi di una prevenzione del contagio dal virus nei luoghi di lavoro e di vita cittadina.
  2. Sui Dispositivi di Protezione Individuale (DPI), verifica e informazione: Sarebbe fondamentale che l’Amministrazione comunale promuovesse una verifica dei DPI a cominciare dalla RSA e dalle altre strutture sanitarie presenti sul territorio informando costantemente i cittadini (ad esempio nella nostra RSA i tamponi sono stati effettuati a partire solo dal 29 aprile, con quale esito sarebbe importante fosse di dominio pubblico).

Così come presso l’ASL TO3 sarebbe necessario verificare quanti test hanno a disposizione (dai tamponi ai test sierologici, ecc.), visto che ci sarebbe bisogno di iniziare una “mappatura” a partire intanto da tutti coloro i quali dovranno andare a lavorare, a seguire tra tutti gli over 60enni.

  • Supporto ai cittadini: Contemporaneamente bisognerebbe attivare tutte le iniziative necessarie per supportare i cittadini nel provare ad usufruire più agevolmente intanto degli strumenti di sostegno economico esistenti come il reddito di cittadinanza, indennità 600 euro, sospensione mutui, ecc. (realizzando magari degli accordi con i CAAF per potenziare alcuni servizi e/o istituendo o potenziando uffici comunali preposti).
  • Supporto alle Imprese: Credo ancora si possa ragionare utilizzando il Patto Territoriale Zona Ovest (di cui Venaria fa parte ed è co-fondatrice) per attivare iniziative di supporto informativo e pratico anche alle aziende, in particolare a quelle piccole e medie che caratterizzano il nostro tessuto produttivo, che verosimilmente possono essere le realtà produttive con maggiori difficoltà sia a realizzare la prevenzione sia ad affrontare le conseguenze economiche del Virus. Bisognerebbe verificare ad esempio quante di queste piccole e micro imprese hanno fatto la domanda per la Cassa Integrazione e quali esiti ha avuto tale domanda presso l’INPS? Penso sia possibile farlo.

Anche in questo caso si dovrebbero in fretta attivare azioni intanto utili ad utilizzare le opportunità già esistenti. Informazione e supporto sono sostanziali.

  • Supporto agli studenti e alle loro famiglie: L’istruzione è un diritto fondamentale e indispensabile alla convivenza civile. Anche in questo caso sarebbe opportuno che gli alunni e le famiglie fossero supportati e informati. Le scelte non possono essere appannaggio soltanto dei dirigenti scolastici o degli insegnati, che evidentemente svolgono la propria funzione egregiamente pur in condizioni di grande disagio, ma non è corretto e credo non sia utile che le famiglie e gli allievi svolgano un ruolo assolutamente passivo. Diventa necessario dotarsi di un piano che deve essere condiviso, sulla didattica a distanza e sulle prospettive (evidentemente non mi riferisco al merito della didattica). Ma esistono anche altri aspetti da considerare a partire per es. da una programmazione di eventuali interventi di manutenzione o ristrutturazione, sulla sanificazione e riprogettazione dell’utilizzo delle aule e degli spazi che prima o dopo dovranno ospitare gli alunni. In ultimo non per importanza, lo scrivo da persona estremamente consapevole che la scuola non è una babysitter, sono necessarie azioni per le famiglie e i genitori lavoratori per gestire la conseguenza della chiusura anticipata delle stesse. Non sarebbe opportuno ragionare anche da questo punto di vista su un monitoraggio e l’elaborazione di iniziative di supporto?

Concludendo

Con azioni di questo tipo in primo luogo sono convinto si possano raggiungere obiettivi più ambiziosi per affrontare adeguatamente l’epidemia e le sue conseguenze.

Inoltre penso si possa prevenire il grave rischio di una ulteriore deriva culturale, di distacco dalle istituzioni pubbliche, dalle prassi democratiche, il rischio che cresca una conflittualità tipo i “forconi”, perché considero con questo tipo di iniziative o altre migliori, certamente non ordinarie, si possa prosciugare la palude in cui sovente i cittadini vivono o hanno la percezione di essere, una palude sociale in cui può crescere il “virus” antidemocratico. Un “Virus” pericoloso quanto la malattia.

E a questo proposito vanno conosciute e recuperate le esperienze virtuose che ci sono nel tessuto sociale di Venaria, metterle “all’onore del mondo” perché così facendo vengano opportunamente imitate.

Questo dovrebbe esse uno dei compiti dell’attuale Commissaria: non costa niente! La politica deve fare il suo mestiere. Dovrebbe essere un approccio ragionevole e, quasi scontato. Ma in questa fase perfino l’ovvio forse è qualcosa di straordinario.