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L’ESSENZIALE

Alessandro Cubello, 49 anni
Bancario- delegato sindacale
Alessandro Cubello, 40 anni
Bancario- delegato sindacale

Le migliaia di morti in solitudine in Italia e la deflagrazione nell’ intero globo della peste chiamata Covid-19, sono le sentenze, senza appello, del fallimento dell’intera classe dirigente politica ed economica planetaria.

Lo smantellamento pluridecennale del sistema sanitario nazionale italiano, istituito dalla legge 833 del 1978 ed ispirato al principio della copertura sanitaria universale, all’ alba della pandemia in atto, ha ridotto lo stesso ad un simulacro, fatto di attese di mesi e mesi per una visita, di ticket costosi, di scarsità di posti letto, di personale medico ed infermieristico.

Tale debacle, in modo strisciante, aveva già limitato le possibilità di cura per i meno abbienti e probabilmente già determinato, per quanto silenziosamente, un aumento della mortalità.

Di fatto, le parole del premier inglese Boris Johnson con le quali dichiarava che, a causa del coronavirus, vi sarebbe stata la necessità ”di perdere i propri cari prima del tempo”, affidandosi alla “darwiniana” teoria dell’immunità di gregge, avevano in sé, nella loro spietatezza, una certa dose di onestà. A differenza della edulcorata narrazione mainstream propinata in Italia, come in altri paesi, dove la necessità di piangere i propri cari e sé stessi era già stata messa in atto sotto traccia, dal restringimento del welfare, dai salari bassi e dalla disoccupazione.

La stessa narrazione che spinge Confindustria e le diverse parti datoriali, anch’esse forse intente a sperimentare una qualche immunità di gregge, pro domo loro, ancora a chiedere spudoratamente che la produzione non si fermi. Tanto da ottenere una proroga sulla definizione di “produzioni essenziali”, pur non avendo rispettato le idonee misure di salute e sicurezza né ante né post emanazione dei decreti ministeriali.

Una strategia omicida, volta a sacrificare vite umane pur di non perdere profitti o valore di borsa.

Ciò avviene proprio mentre, tra quelle produzioni essenziali, riscopriamo i volti e la carne viva di quella che un tempo si definiva “classe operaia”, composta da cassieri, autisti, addetti alle pulizie, infermieri, la cui opera quotidiana si rivela finalmente per quello che è realmente, essenziale. Nonché a beneficio dell’intera comunità.

L’esposizione in prima linea e il sacrificio in prima persona di questi soggetti testimoniano un impegno di natura radicalmente diversa dallo sforzo per la conquista del profitto a tutti costi, dalla speculazione finanziaria, dalla competizione, dall’ambizione di carriera.

Da questa grandezza, da sempre sminuita e sotto pagata, domani dovrà venire la convinzione e la capacità di metterci in marcia insieme per sostituire una classe dirigente dimostratasi inadeguata e colpevole.

Se di fatto il Covid 19, in pochi giorni, ha scardinato i totem monolitici dell’ultra liberismo, quali ad esempio il pareggio di bilancio e il patto di stabilità, davvero come classe lavoratrice, unita e disposta a lottare, pensiamo di avere meno prerogative di una sostanza invisibile nello scardinare un paradigma dimostratosi non solo incapace di reggere le emergenze, ma anche di produrre felicità?

Sarebbe però davvero ingenuo pensare che il dopo, in modo quasi ineluttabile, non potrà che essere migliore del prima, dal momento che ad ogni crisi, ad ogni shock, è seguita una restaurazione ancora più brutale dell’esistente e un allargamento della povertà.

Questa volta però abbiamo una consapevolezza in più: l’interruzione forzata della socialità fondata sull’incontro ci ha fatto comprendere quanto quest’ultima sia insostituibile da quella intermediata dalla tecnologia.Anche in questo caso, non è al momento possibile valutare gli effetti che produrrà questo regime di più o meno prolungata quarantena e quanto saremo spinti a stringerci l’uno all’altro, e non lasciare più l’essenziale, ovvero la conquista di un mondo più giusto e più libero.

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