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PER UNA SANITÀ PUBBLICA E SOSTENIBILE

Diadmin

Gen 14, 2021

Per rendere il nostro Sistema Sanitario Nazionale (SSN) equo e sostenibile è necessario dotarlo non solo di risorse adeguate, ma anche innovarne strategie e organizzazione ed agire contro le “diseguaglianze sociali che provocano diseguaglianze nella salute”.
Il definanziamento del Servizio Sanitario Nazionale è stato particolarmente selettivo e ha penalizzato principalmente il personale, attraverso il blocco del turnover e dei contratti dei dipendenti (spesso a tempo determinato), la dilatazione del lavoro precario e l’esternalizzazione dei servizi. Di tutto ciò hanno sofferto (e soffrono sempre di più) la qualità e la disponibilità dei servizi per i cittadini, ed in particolare:
rinuncia a curarsi per milioni di cittadini a causa delle liste di attesa troppo lunghe, dei costi eccessivi, della distanza dal luogo di cura,…; una rinuncia che ha colpito maggiormente (ma non solo) i gruppi più poveri della popolazione e le regioni meridionali;
ricorso sempre più frequente al settore privato in diretta (e facile) competizione col settore pubblico, sia sui tempi di attesa che sulle tariffe delle prestazioni.

Sono conseguenze del progressivo cambiamento della natura del SSN dei suoi stessi obiettivi che dovrebbero garantire la tutela della salute fisica e psichica della popolazione “senza distinzione di condizioni individuali e sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei
confronti del servizio” (art.1, L. 833/78), con conseguente rinuncia alla sanità di prevenzione territoriale, la cui assenza, nel tempo della pandemia, ha reso drammaticamente tardivo e inadeguato l’intervento medico sanitario. In sintesi riteniamo (e chiediamo) quanto nel seguito esposto.

  1. Nel fiorire del business privato della malattia emerge la questione assicurativa, ovvero la spinta verso la costruzione di un pilastro assicurativo privato. Il mercato assicurativo di per se non è un male;
    entro certi limiti è compatibile con un servizio sanitario nazionale. Il problema nasce quando questo mercato sfrutta a proprio vantaggio l’inefficienza del SSN e scommette sul suo fallimento, su una
    sua presunta ineluttabile insostenibilità, preparando con ciò un cambiamento radicale di sistema.
  2. È necessaria ferma opposizione a qualsiasi disegno che conporti l’organizzazione di doppio binario assistenziale: del Nord contro quello del Sud e quello erogato dal sistema privato tramite il mercato assicurativo (per chi se lo può permettere) contro il servizio pubblico (impoverito e inefficiente) per il resto della popolazione.
  3. Occorre porre fine al definanziamento che ha condotto allo stremo il SSN. Alla sanità pubblica vanno garantite tutte le risorse umane, fisiche e tecnologiche necessarie al suo adeguato e appropriato funzionamento, allineando la spesa sanitaria pubblica nazionale alla media europea.
  4. Il Governo deve fermare la tendenza dell’industria farmaceutica a ricavare il massimo profitto dai farmaci innovativi a danno dei pazienti (com’è avvenuto nel recente passato nel caso dell’Epatite C) e deve utilizzare gli strumenti consentiti dalla normativa sui brevetti (licenza obbligatoria e produzione statale di farmaci generici) per evitare che l’introduzione di nuovi farmaci non rappresenti un fattore di insostenibilità del sistema sanitario.
  5. È fondamentale richiamare il rispetto dell’Articolo 32 della Costituzione (La salute come diritto fondamentale). Ciò significa sostenere un’altra basilare funzione del SSN, ovvero quella di rassicurazione della popolazione: in caso di malattia nessuno dovrà rinunciare alle cure a causa dei e nessuno dovrà andare in rovina a causa di una malattia. Il SSN deve continuare a rappresentare un irrinunciabile strumento di coesione sociale e di lotta contro le diseguaglianze.
  1. Fornire al servizio pubblico, anche territoriale, le risorse umane e tecnologiche indispensabili per il suo funzionamento; è la condizione necessaria per risanare il nostro SSN, ma non è sufficiente. Nel tempo delle pandemie (SARS, Ebola, AIDS, COVID 19,…) e delle malattie croniche, l’attuale offerta dei servizi non è adeguata, nei confronti dei bisogni reali della popolazione, soprattutto considerando nuovi problemi legati, per esempio, agli aumenti della longevità (ma anche degli anni
    trascorsi in non buona salute) e della percentuale della popolazione affetta da malattie croniche, in primo luogo quelle cardio-vascolari.

Oggi le malattie croniche assorbono circa l’80% dell’assistenza e delle prestazioni del SSN. Ma si tratta di prestazioni in larga parte tardive, inappropriate e inefficaci (ed anche inutilmente costose) perché
basate su interventi specialistici e ospedalieri e quasi mai integrati con l’intervento sociale. Prevale ancora un modello di cura tipico delle malattie acute, basato sull’attesa (ospedale), ovvero sull’attesa che si manifesti un episodio grave su cui intervenire (uno scompenso, una complicazione,…). È necessario un cambio culturale, prima ancora che organizzativo, che sostituisca l’approccio basato sull’attesa con uno basato sull’iniziativa (territorio), cioè sulla prevenzione. Quindi:
prevenzione “primaria”; intervenire perché le persone non si ammalino, agendo sui principali fattori di rischio delle malattie croniche, tra cui fumo, obesità, sedentarietà; fattori di rischio comportamentali, legati si alle scelte individuali, ma fortemente condizionati dal contesto sociale e dalla condizione socio-economica e dell’ambiente di lavoro; le malattie croniche sono diventate le specchio delle diseguaglianze sociali nella società; le malattie croniche colpiscono maggiormente le fasce più svantaggiate della popolazione; per questo il più efficace intervento di prevenzione è la riduzione delle diseguaglianze socio-economiche, a vantaggio della giustizia sociale e della tutela dell’ambiente (“la salute in tutte le politiche”);
prevenzione “secondaria” e “terziaria“; ovvero riconoscimento tempestivo delle patologie e della vulnerabilità, prevenzione degli scompensi e degli aggravamenti, coordinamento e la continuità delle cure, presa in carico sanitaria e sociale dei casi più complessi.
Tutto ciò è previsto nel modello assistenziale denominato “sanità d’iniziativa” che prevede la riorganizzazione (e il potenziamento) delle cure primarie e dei servizi territoriali le cui principali caratteristiche sono le seguenti:

  1. coinvolgimento delle comunità locali per la promozione di iniziative per la salute (per es. nel campo dell’attività fisica e della corretta alimentazione) e per la coesione sociale (cfr. gruppi di auto-aiuto);
  2. nuova organizzazione delle cure primarie; costituzione di team multiprofessionali e multidisciplinari (medici di medicina genarale, infermieri, specialisti, fisioterapisti, epidemiologie, assistenti stociali,…) per garantire un’assistenza “proattiva“, integrata e personalizzata;
  3. centralità della persona; elemento basilare del modello, che significa, tra l’altro, aiutare la persona a gestire la propria condizione e fare si che possa vivere “come se fosse sana” la sua malattia (o le sue malattie, dato che gran parte dei pazienti affetti da malattie croniche convive con due o più patologie); la sanità d’iniziativa (sperimentata da anni in diversi paesi e, parzialmente, in alcune regioni italiane, come la Toscana e l’Emilia Romagna) ha dimostrato di essere efficace, con la riduzione della mortalità e delle ospedalizzazioni ed anche in grado di ridurre i costi dell’assistenza; ciò che rende oggi eccessivamente costosa l’assistenza sanitaria è la multimorbosità da malattie croniche e la maggiore
    condizione di vulnerabilità sociale, familiare e economica dei pazienti.
    Gennaio 2021
    Piero BOGLIANO

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