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SPESA PUBBLICA PER IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE

Gian Carlo Perosino
Ex Insegnante in pensione
https://green-crest.blog/

È un errore ritenere che la politica locale possa trascurare quanto accade nei panorama nazionale, europeo e globale, ritenendo che, per coinvolgere i cittadini, conviene proporre argomenti strettamente legati al territorio. Tale atteggiamento potrebbe essere premiato dal consenso popolare, ma allontana dalla risoluzione delle questioni.

Piero Bogliano Pensionato

L’esempio più eclatante per Venaria è il nuovo polo sanitario. Come noto sorgono dubbi riguardanti quanti e quali servizi sarà in grado di garantire rispetto alle necessità del bacino di utenza. Tutto dipende da quante risorse saranno disponibili, a loro volta dalla spesa complessiva annuale del Sistema Sanitario nei termini stabiliti dalla politica nazionale.

Il dibattito intorno al livello dei servizi sanitari locali non può prescindere dall’impegno politico riguardante le scelte fondamentali sul Sistema Sanitario Nazionale (SSN).

Spesso si afferma che la sanità nazionale, in questi ultimi anni, sia stata definanziata, con tutte le conseguenze che ben conosciamo. Ma dalla fig. 1 sembra il contrario.

Dal 2002 alla situazione attuale risulta un incremento della spesa sanitaria del 44 % rispetto al dato di partenza. Tale incremento ha riguardato soprattutto il periodo dal 2002 al 2008, quindi è seguita una lieve flessione per riprendere lentamente dal 2014. Interessante è la ripartizione nelle diverse tipologie di spesa (fig. 2). Merita osservare tre aspetti:

  • riduzione dal 2008 della spesa per gli stipendi del personale (assenza di miglioramenti nei contratti di lavoro e riduzione numerica degli addetti);
  • riduzione della spesa per la farmaceutica dal 2006 (maggiore consapevolezza nell’evitare l’uso eccessivo di farmaci, ma anche un accesso meno facile ai medicinali, compresi diversi tra quelli più necessari);
  • incremento della parte destinata alle strutture private che forniscono servizi in sostituzione (per conto) del sistema pubblico.

Quando si discute intorno alla spesa del SSN bisogna valutare con attenzione i tempi che stiamo vivendo e quelli del passato. Una volta la competenza dei medici e di tutto il personale, costituiva il valore fondamentale della sanità, ma pure importante era il sistema complessivo riguardante la qualità delle strutture ospedaliere, le strumentazioni disponibili, il livello tecnologico delle stesse, le esperienze acquisite,… Ancora oggi la competenza è fondamentale, anche più di un tempo, ma negli ultimi decenni e negli ultimi anni, è cresciuta l’importanza della ricerca e della tecnologia, sia nel settore farmacologico, sia in quello delle strutture e attrezzature medico-sanitarie. I progressi nei campi delle scienze dei materiali, delle nanotecnologie, dell’informatica, delle biotecnologie,… per citarne alcuni, sono sempre più veloci ed in grado di portare a risultati impensabili fino a poco tempo fa. Ma tutto ciò costa ed in misura crescente nel futuro.

Alla luce delle attuali conoscenze/competenze tecnico-scientifiche è normale che la cittadinanza aspiri alla migliore qualità dei servizi sanitari oggi disponibile. È la logica perseguita fino ad una quindicina di anni fa: il rapporto tra la crescita della quantità e soprattutto della qualità dei servizi e inevitabilmente i costi per sostenerli. Dopo la crisi economica del 2008 tale meccanismo si è alterato; eppure dal diagramma della fig. 1 sembra il contrario. La realtà è più complessa.

La fig. 3 illustra la crescita della ricchezza globale prodotta in Italia nello stesso periodo 2002 – 2018. Si osserva una crescita relativamente rapida precedente l’anno della grande crisi (2008), con valori intorno al 3 – 4 %, una stasi fino al 2013 ed una lenta ripresa fino al 2018. Pur con tutti i problemi che hanno caratterizzato il terzo millennio, la ricchezza è aumentata di 411 miliardi, un incremento del 30 %. Il finanziamento del SSN avrebbe dovuto essere incrementato nelle stesse proporzioni.

La fig. 4 mette a confronto le precedenti figg 1 e 3. Il rapporto tra spesa sanitaria annua sul PIL è cresciuto fino al 2009 (7,08 %), come ci si aspetterebbe nel “normale” processo di incremento della qualità dei servizi secondo i meccanismi succitati. Da quell’anno il rapporto è diminuito, fino al minimo del 6,57 % del 2018. È pur vero che il finanziamento della sanità pubblica è sempre aumentato in termini assoluti (fig. 1), ma in modo insufficiente rispetto all’incremento della ricchezza ed anche rispetto ai progressi normalmente attesi a vantaggio della comunità.

Se il rapporto spesa sanitaria/PIL invece che diminuire fosse almeno rimasto costante al valore (7,08 %) raggiunto nel 2009, nei 9 anni seguenti (dal 2010 al 2018) avrebbero dovuto essere spesi oltre 46 miliardi in più per la sanità pubblica, lo 0,3 % medio in più rispetto al PIL: nell’ultimo decennio, sono stati risparmiati “almeno” più di 5 miliardi ogni anno sulle pelle dei cittadini. Ma se si considerasse anche la necessità dell’incremento del succitato rapporto, allora il mancato finanziamento sarebbe ancora superiore.

Il definanziamento della spesa della sanità pubblica di cui si parla tanto consiste nel mancato obiettivo minimo di incremento proporzionale a quello della ricchezza prodotta e nel mancato obiettivo ideale del “normale” incremento del rapporto spesa sanitaria/PIL.

Allo stato attuale il rapporto spesa sanitaria/PIL in Italia vale il 9 %, più del valore sopra indicato per l’anno 2018, in quanto comprensivo di quanto pagano gli italiani per le prestazioni private (in incremento per le crescenti inefficienze pubbliche). È inferiore alla media europea (10 %) e contro il valore più elevato della Francia (11,5 %). Nel 2016 la Germania ha speso per la sanità 352 miliardi (4.240 €/abitante) contro i 112,5 miliardi spesi dall’Italia (1.875 €/abitante).

A questo punto e data anche la situazione emersa con il corona-virus, cosa vogliamo per il futuro? Considerato che la salute è in assoluto ciò che conta di più (come anche garantito dalla Costituzione) e che è difficile immaginare un mondo nel quale sia ancora possibile la crescita della ricchezza senza distruggere il pianeta, pensiamo ancora di investire per la TAV, per il ponte sullo stretto, per garantire “quota 100”, per investire su strade, autostrade, tangenziali, circonvallazioni,… (gli interventi più devastanti per il territorio), per acquistare gli F35, per tollerare ancora l’evasione fiscale e la corruzione,…?

È giunto il momento di effettuare scelte coraggiose, capaci di modificare profondamente l’attuale sistema economico-sociale per garantire sostenibilità, equità e solidarietà , per la salvezza del pianeta e dell’umanità.

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