APPENDICE: SANITÁ

L’ideologia neoliberale, come noto, si caratterizza come una dottrina economica che assegna al mercato e alle privatizzazioni il ruolo di principale regolazione nelle società contemporanee e allo Stato un ruolo marginale di garante della libera competizione tra attori economici. Da un punto di vista antropologico, il liberismo fa riferimento all’homo economicusche applica la propria razionalità alla valutazione di costi e benefici in ogni sua azione.

La prima linea di riforma del neo liberismo ha a che fare con la riduzione della spesa pubblica a svantaggio dello stato sociale.Nel campo sanitario, e non solo, spesso la retorica liberista ha dipinto l’intervento pubblico come foriero solo di sprechi, inefficienze e corruzione, mentre in realtà continua, malgrado tutto, a fornire prestazioni e servizi di livello addirittura superiore alla media europea e agli standard internazionali (vedi dati OCSEOrganizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e ciò nonostante la condizione del nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn) sempre più stretto tra la tanto auspicata crescita economica (alla quale nessuno vuole porre freno) ed i vincoli sempre più stringenti del bilancio pubblico e del patto di stabilità. Un Servizio sanitario i cui costi derivano da modelli regressivi le cui costosissime funzioni (spedalità, assistenza di base, farmaceutica, prevenzione,…) avrebbero bisogno di un serio intervento riformatore. Funzioni e organizzazione del lavoro che sono purtroppo imbevute di Taylorismo, troppo costoso e che apre la strada, per la sanità pubblica e i cittadini, ad oneri aggiuntivi per le convenzioni e accordi privatistici “intramoenia”, sia con le assicurazioni, sia con le mutue.

Occorre Battersi contro il “definanziamento”e la possibile “autonomia regionale differenziata”del Servizio sanitario nazionale e per il rispetto dell’art. 32 della Costituzione (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”) significa anche sostenere un’altra basilare funzione del Ssn, quella di rassicurazione della popolazione: in caso di malattia nessuno dovrà rinunciare alle cure a causa dei costi e nessuno dovrà andare in rovina a causa di una malattia. In questo senso il Ssn rappresenta un irrinunciabile strumento di coesione sociale e di efficace strumento contro le disuguaglianze. Per l’attuale  politica di tagli lineari la spesa sanitaria scenderà a quota 6,5 % sulla ricchezza prodotta nel Paese (Pil) soglia limite inferiore indicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Al di sotto, non è più possibile garantire un’assistenza di qualità e neppure l’accesso alle cure, con una conseguente riduzione dell’aspettativa di vita. Questo stato di emergenza è continuato per tutto il 2019

Ciò che rende oggi eccessivamente costosa l’assistenza sanitaria è, da una parte, la multimorbosità da malattie croniche, dall’altra la maggiore condizione di vulnerabilità sociale, familiare, economica, nonché l’invecchiamento della popolazione.

Per rendere il nostro Ssn equo e sostenibile è necessario dotarlo non solo di risorse adeguate, ma anche innovare le sue strategie e la sua organizzazione, evitando i modelli aziendalisti (ormai inefficaci), ma basato soprattutto sulla prevenzione e la lotta contro le diseguaglianze sociali che provocano diseguaglianze nella salute. I dati comparati mostrano che in Italia si spende meno che nel resto d’Europa per la sanità, per l’istruzione, per la lotta alla disoccupazione ed alla povertà. Nuove forme di protezione (pensiamo alle cure per i non autosufficienti) sono in forte ritardo e sotto finanziate. Le conseguenze sono:

  • La sanità pubblica arretra e i costi a carico delle famiglie diventano insostenibili. Liste d’attesa, ticket su esami e visite, spesa per farmaci e intramoenia minano la fiducia dei pazienti nel Servizio sanitario nazionale. Un sistema pubblico sempre meno universalistico, che induce alla rinuncia alle cure o all’indebitamento per 12 milioni di cittadini. Una rinuncia che ha colpito maggiormente (ma non solo) i gruppi più poveri della popolazione e le regioni meridionali.
  • Perciò risulta sempre più frequente il ricorso al settore privato in diretta (e vincente) competizione col settore pubblico, sia sui tempi, sia sulle tariffe delle prestazioni. Infatti è arrivata a circa 40 miliardi di euro la spesa sanitaria sostenuta di tasca propria dai cittadini italiani (compresi intramoenia, fondi integrativi e le nuove mutue dei privati) che hanno dovuto subire lunghe liste d’attesa, trovandosi quindi nelle condizioni di rinviare o addirittura rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno, a causa di difficoltà economiche.
  • L’accesso ai farmaci è determinato dalle logiche di mercato imposte dalle “multinazionali” che governano il settore e non certo da priorità decise in base a obbiettivi di salute pubblica. Mentre viene incentivato il consumo di prodotti inutili, è ostacolata la diffusione  dei più economici farmaci equivalenti. Il prezzo dei farmaci innovativi è in continua a ascesa, in quanto le aziende  titolari dei brevetti stabiliscono prezzi in regime di monopolio non giustificati dai costi di produzione.
  • Oltre il 35% della popolazione, a causa di un’inadeguata assistenza sanitaria territoriale, ha dovuto accedere al pronto soccorso. Considerando anche i passaggi ripetuti possiamo affermare che almeno 1.800.000  piemontesi, (1 su tre), si è recato in pronto soccorso e per la maggioranza dei casi si trattava di codici verdi e bianchi. Il che dimostra quanto carente sia la sanità territoriale e quanto sarebbe invece necessaria una vera sanità d’iniziativa e preventiva.
  • Il definanziamento del Ssn è stato particolarmente selettivo e ha penalizzato anche e principalmente il personale, attraverso il blocco del turnover e dei contratti dei dipendenti, la dilatazione del lavoro precario e l’esternalizzazione dei servizi (finte cooperative). Di tutto ciò hanno sofferto (e soffrono sempre di più) la qualità e la pronta disponibilità dei servizi per i cittadini.

A causa di ciò il Ssn negli ultimi anni ha progressivamente cambiato la sua natura e i suoi stessi obiettivi, che erano la tutela della salute fisica e psichica della popolazione “senza distinzione di condizioni individuali e sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio” (art. 1, L. 833/78).

Il cambiamento della natura del Ssn (complice la “crisi”) è stato voluto e pianificato. Si è preferita la strada del “definanziamento”, della progressiva regressione del Ssn mediante asfissia, per generare la progressiva disaffezione dei cittadini nei confronti del sistema sanitario pubblico e per favorire quello privato, con il seguente obiettivo: lucrare sull’inefficienza del servizio sanitario pubblico.

In questo fiorire del business della malattia (con iniziative tanto miserabili, quanto simboliche come quella della raccolta dei punti Coop per ottenere una visita medica) spicca la questione assicurativa, ovvero la spinta verso la costruzione di un pilastro assicurativo privato. Prospettato nel 2008 da Maurizio Sacconi, ministro del governo Berlusconi, il pilastro assicurativo privato oggi riscuote ampie adesioni bipartisan, con il sindacato a svolgere il ruolo di mosca cocchiera, tramite la diffusa pratica degli accordi integrativi aziendali: un mercato che sfrutta a proprio vantaggio l’inefficienza del Ssn e che, a tal fine, scommette sul suo fallimento,su una sua presunta ineluttabile insostenibilità, preparando con ciò un cambiamento radicale di sistema (e con inevitabile passaggio al privato). Occorre:

  • Forte opposizione a questo disegno che ha come inevitabile conseguenza quella di creare un doppio binario assistenziale, ben noto in gran parte dei sistemi sanitari sudamericani. Come anche negli Stati Uniti: a) servizio erogato dal sistema privato tramite il mercato assicurativo, per chi se lo può permettere; b) quello fornito dal servizio pubblico, impoverito e inefficiente, per il resto della popolazione.
  • Porre fine al definanziamento del Ssn, ai tagli lineari che non hanno eliminato le costose corruzioni, alle diseconomie organizzative, ai privilegi. Siano garantite Servizio sanitario pubblico tutte le risorse umane, economiche e tecnologiche necessarie al suo adeguato e appropriato funzionamento su nuovi modelli coerenti con le attuali dinamiche evolutive di una moderna società democratica e solidale, almeno allineando la spesa sanitaria pubblica nazionale alla media europea.
  • Ridurre (fino ad annullare) la tendenza dell’industria farmaceutica a ricavare il massimo profitto dai farmaci innovativi a danno dei cittadini (come avvenuto nel recente caso dell’Epatite C) e utilizzi tutti gli strumenti consentiti dalla normativa sui brevetti  (licenza obbligatoria e produzione statale di farmaci generici) per evitare che l’introduzione di nuovi farmaci  rappresenti un fattore di insostenibilità del sistema sanitario.
  • Abolire la tassa sulla malattia quale è diventato il ticket, restituendo ad esso la funzione originaria di deterrenza agli sprechi, attraverso un modesto contributo sulle prescrizioni farmaceutiche eccedenti.

È necessario un grande cambio culturale, prima ancora che organizzativo, che sostituisca l’approccio basato sull’attesa (ospedale) con uno basato sull’iniziativa (es. case della Salute),  cioè sulla prevenzione.

Prevenzione “primaria” innanzitutto, che significa intervenire perché le persone non si ammalino, agendo sui principali fattori di rischio delle malattie croniche, tra cui fumo, obesità, sedentarietà. Fattori di rischio comportamentali, legati alle scelte individuali, ma fortemente condizionati dal contesto sociale e dalla condizione socio-economica. In particolare le malattie cronichesono diventate lo specchio delle diseguaglianze sociali nella società (di malattie croniche si ammalano di più e ne muoiono più precocemente, le fasce più svantaggiate della popolazione). Per questo il più efficace intervento di prevenzione delle malattie croniche è la riduzione delle diseguaglianze socio-economiche, la giustizia sociale e la tutela dell’ambiente (“la salute in tutte le politiche”).

Infine altrettanto importanti sono la prevenzione “secondaria” e “terziaria“, ovvero: riconoscimento tempestivo delle patologie e della vulnerabilità, prevenzione degli scompensi e degli aggravamenti,  coordinamento e continuità delle cure, presa in carico sanitaria e sociale dei casi più complessi.