9- Economia e lavoro

L’indebitamento degli enti locali è la strada per le privatizzazioni dei servizi. Per questo è necessario un forte controllo democratico dal basso in grado di mettere in crisi le politiche che basate su queste privatizzazioni.

La delega della gestione del debito e della finanza locale ai tecnocrati e agli amministratori comporta la riproduzione di un ciclo che, dai vincoli dell’Unione Europea, a cascata viene scaricato sulle condizioni di vita delle persone e delle comunità locali. La pratica di un controllo dal basso del debito, ovvero di una indagine indipendente e autonoma da parte degli abitanti di un territorio sul debito dell’ente locale, è il percorso da avviare per smascherare la trappola rappresentata dal patto di stabilità, per riprendere in mano il destino delle comunità territoriali, per riappropriarsi della democrazia. Democrazia che viene meno ogni volta che si antepongono gli interessi delle lobby finanziarie e immobiliari alla spesa necessaria a garantire servizi adeguati e di qualità.

In questi anni (dati del 2016) si sono corrisposti allo Stato 700 miliardi in più di quanto è tornato in termini di beni e servizi. I soldi sono serviti solo al pagamento degli interessi del debito. In Italia esistono 9.000 miliardi di ricchezza interamente in mano ai privati per favorire l’accumulazione finanziaria e il profitto di pochi. Nell’attuale sistema finanziario gli enti locali non sono in grado di fare investimenti pubblici necessari a creare nuova e buona occupazione[1]: manutenzione permanente del sistema idrogeologico del territorio, realizzazione di impianti ad energia alternativa, piantumazione intensiva del territorio, recupero di immobili da destinare ad edilizia popolare (es., le ex caserme di Venaria). Occorrerebbe dunque rompere la trappola del debito ed arrivare al suo azzeramento, abolire il patto di stabilità ed il pareggio di bilancio rivendicando il pareggio di bilancio sociale.

I servizi che non vengono fatti funzionare, la continua estrazione di valore finanziario dalla loro gestione a spese dei cittadini, fanno parte di questo percorso, al quale occorrerebbe opporsi sia con la resistenza territoriale, sia mettendo in campo un nuovo orizzonte politico orientato ad invertire la rotta ed affermare che prima dei profitti vengono le persone!

Nel settore pubblico, è risultata la riduzione e precarizzazione dell’organico, l’incremento dell’esternalizzazione e la privatizzazione della produzione e della distribuzione dei servizi,  spesso affidati mediante gare di appaltato a (false) cooperative o società di capitali. Si tratta dello svolgimento di servizi essenziali e di attività operative all’interno delle strutture pubbliche: cura, pulizia, manutenzione, refezione scolastica, guardiania, biblioteche,… Questa privatizzazione di pezzi sempre più consistenti di settori, tradizionalmente pubblici, è una piaga che infetta tutto il mondo del lavoro, ivi compresi settori come sanità, logistica, telecomunicazioni, trasporto pubblico, insegnamento,… Prima conseguenza di questa situazione è l’aumento della precarizzazione del lavoro, favorita dalle modalità di gestione degli appalti da parte di molti datori di lavoro,avvalendosi in maniera spregiudicata delle norme che regolano i contratti di a tempo determinato e a tempo parziale. Tutto ciò anche a causa di norme spesso evasive e poco chiare, che invece di tutelare i diritti dei “prestatori di lavoro” sono sbilanciate in favore della controparte, che non si fa scrupolo di piegare ed eludere la norma legale pur di sfruttare al meglio i propri dipendenti e abbattere i costi del personale.

I contratti di lavoro a “tempo parziale”, gabellati come modalità per coniugare la vita familiare con quella lavorativa, rappresentano l’altra piaga  che flagella il mondo del lavoro. Le clausole elastiche e flessibili previste dalla legge (nominalmente volontarie, ma introdotte in occasione di ogni nuova assunzione) e la mancata trasformazione del contratto a tempo pieno pongono le lavoratrici e i lavoratori in una condizione facilmente ricattabile.

La sottoscrizione di un contratto a tempo determinato e parziale, lungi dall’essere una libera scelta del singolo, rappresenta la forca caudina alla quale giovani e meno giovani si devono sottomettere per entrare e/o permanere nel modo del lavoro. Un contratto che comporta spesso uno sfruttamento eccessivo in cambio di un reddito inferiore a quello necessario per assicurare a se e la propria famiglia una vita libera e dignitosa.

Per impedire tali abusi e cercare di sanare (moralizzare) la situazione potrebbero essere sufficienti semplici modifiche delle norme legali che dipendono solo dalla volontà politica. Gli enti locali dovrebbero contribuire, anche attraverso i diversi livelli istituzionali, alle necessarie modifiche delle leggi per restituire dignità e diritti a lavoratrici e lavoratori:

Appalti    –    Applicazione dell’art. 2112 c.c. in ogni caso di appalto ad alta intensità lavorativa.

                 –    Riconoscimento delle condizioni economiche applicate al personale del committente, quando più favorevoli, come già previsto per il lavoro interinale.

                 –    Stabilizzazione e internalizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori precari che hanno svolto attività nella pubblica amministrazione attraverso gli appalti alle società private.

valutazione nelle procedure concorsuali dei periodi lavorati per la pubblica amministrazione presso società appaltatrici private.

Part-time   – Eliminazione delle clausole flessibili ed elastiche, ovvero loro contestabilità in qualsiasi fase del rapporto di lavoro senza motivazione alcuna.

       – Ripristino della comunicazione obbligatoria all’ITL (Ispettorato Territoriale del Lavoro) dell’orario di lavoro concordato tra dipendente e azienda; verifica da parte della ITL, su richiesta del dipendente, del rispetto dei principi di legalità della griglia oraria “concordata”.

                   – Diritto di trasformazione a tempo pieno, o di aumento del parametro orario, in ragione del lavoro supplementare utilizzato dall’impresa nel trimestre precedente, ovvero preventivamente a nuove assunzioni.

Per quanto attiene la situazione locale occorre precisare che il Comune non può essere una sorta di ufficio di collocamento, magari a fini clientelari. Il Comune non ha né i mezzi economici né quelli normativi per per effettuare facili assunzioni. Ciò che può legittimamente provare a realizzare è la ricerca di collaborazioni con i livelli sovra-comunali (soprattutto Regione Piemonte e Città Metropolitana) per  provare a finanziare progetti in grado di garantire maggiori possibilità di lavoro soprattutto per le categorie deboli: giovani (18/35 anni), over 55, donne,… A questo proposito è importante costruire un’immagine positiva, attraente, che stimoli, invogli privati, nuovi investitori, a scegliere Venaria quale sede per l’apertura di nuove aziende.

L’obiettivo è, sfruttando anche l’incredibile bellezza della Reggia, portare aziende e quindi potenziali posti di lavoro, qui vicino a noi, cercando tuttavia la piena coerenza con la sostenibilità, quale condizione primaria (cfr. introduzione del presente programma). A questo proposito molto importante potrà risultare la promozione delle attività turistico-commerciali come descritto nel capitolo successivo.

Pertanto si ritiene fondamentale promuovere una cultura ambientalista, affermando l’idea di città compatibile con la sua vocazione turistica, rappresentata dall’unicum: Centro Storico, Reggia di Diana e Parco della Mandria. È necessario che tali presenze siano maggiormente integrate nel tessuto urbano.

La Reggia di Diana è un polo di attrazione turistica ed anche occasione per muovere risorse. È necessario investire sul turismo culturale ed escursionistico fornendo servizi di carattere informativo, in collaborazione con la Reggia, l’imprenditoria della ricezione e della ristorazione, gli enti pubblici, le associazioni culturali, turistiche e sportive. Occorre coinvolgere gli operatori che traggono vantaggio dallo sviluppo cittadino, le associazioni culturali ed il volontariato. Vale l’idea di una ospitalità integrata nei confronti del visitatore, con un “benvenuto a 360 gradi”, ponendo attenzione all’efficienza della biglietteria, alla disponibilità dei servizi essenziali, all’organizzazione delle visite guidate, nella Reggia e nel centro storico, ai pasti a prezzi adeguati, all’oggettistica di qualità, alle offerte culturali, ricreative e sportive, ostello della gioventù, locali per la permanenza degli studenti (per es. quelli impegnati con il centro restauro della Reggia) e con un’onesta politica dei prezzi.

La Venaria Reale deve fare la sua parte affinchè si perpetui il successo della Reggia. Sulla base di un chiaro piano di azione la città potrà farsi più autorevole nelle decisioni prese all’interno della struttura direzionale. Ciò, per Venaria, potrebbe significare migliori condizioni ai tavoli nei quali si concerta la distribuzione delle risorse, sia per la sua particolare situazione sociale, ma anche perché “porta di prestigio” per la Città Metropolitana. Occorre costruire un politica turistica autonoma (e complementare) rispetto alla Reggia, caratterizzandola su tematiche essenzialmente culturali.

Uno sviluppo imperniato sulla crescita culturale e sulla valorizzazione ambientale comporta ricadute positive sull’economia, favorendo il consolidamento del tessuto imprenditoriale e la nascita di nuove imprese, con i giovani come protagonisti. Il comune, insieme alle associazioni di categoria, gli enti pubblici sovra-territoriali e l’Università, deve essere un soggetto attivo nel creare le condizioni ambientali e strutturali utili a promuovere le imprese innovative. Gli ambiti sono l’artigianato d’eccellenza, il commercio, la ricettività, le start-up innovative e la green economy, i servizi per il turismo. In sintesi la nostra proposta si basa sui seguenti punti:

  • avviare una (seppur graduale) riconversione dell’apparato produttivo di Venaria;
  • riconversione che faccia i conti con la presenza del polo ecologico culturale e turistico della Reggia/giardini/Mandria/centro storico;
  • promuovere una serie di rapporti con altre città d’arte o simili alla nostra presenti sul territorio italiano e internazionale (es. Versailles in Francia e Postdam in Germania).
  • promuoverel’inserimento lavorativo dei cittadini diversamente abili;
  • attrarre risorse e investimenti sinergici pubblici e privati, anche internazionali;

Entrando in maggiore dettaglio significa:

  • il turismo culturale deve vedere la Città favorire e attivare iniziative che spingano i visitatori a fermarsi un giorno in più perché potranno trovare attività artigianali particolari, offerte culturali espressione del territorio, strutture espositive, intrattenimento giornaliero e serale;
  • formazione in sintonia con il quadro produttivo, turistico, commerciale, socio-assistenziale, culturale, sportivo e artigianale del territorio;
  • indagine sul sistema produttivo e lavorativo, in collaborazione con sindacati e mondo imprenditoriale associato ai diversi livelli, per comprendere quale contributo la pubblica amministrazione può fornire allo sviluppo occupazionale e alla semplificazione delle attività;
  • mostra annuale del lavoro;
  • investimenti pubblici (per quanto possibili) capaci di sollecitare quelli privati, in particolare sul sistema del risparmio energetico e di tutela ambientale.

[1] Gli enti locali sono chiamati fin dal 2007 al contenimento della spesa del personale secondo i criteri dettati dai commi 557 e seguenti della legge n. 296/2006, differenziati in base alla tipologia di ente ed alla situazione organizzativa e/o finanziaria, secondo quanto stabilito da successivi interventi legislativi che hanno introdotto dei vincoli per la copertura del turnover. Per i comuni prima soggetti al patto di stabilità ed ora agli obiettivi di saldo finale di finanza pubblica, il comma 557 citato impone una progressiva riduzione della spesa di personale.