3 – Rischio idrogeologico a Venaria: idee per un progetto di salvaguardia del territorio

Sono passati 25 anni dal novembre 1994, quando l’alluvione del Ceronda sconvolse parte della nostra città: una porzione significativa del territorio di Venaria è classificata come area ad elevato rischio idrogeologico.

A Venaria si è costruito ovunque, anche lungo i fiumi. Un esempio è l’area del “Parco Basso” (viale Carlo Emanuele II) ove sono sorti un complesso industriale (ex Cromo-Dora), campi sportivi, parcheggi e palazzi. L’evento più eclatante è stato il crollo, nel novembre 1994, di una parte del Palazzo in P.za Vittorio Veneto costruito sulla riva destra del Ceronda presso il Ponte Cavallo.

La consapevolezza della pericolosità delle aree a forte rischio idrogeologico comporterebbe la rinuncia a nuove edificazioni; invece si effettuano nuovi interventi, salvo delegare ai tecnici (ingegneri idraulici e/o geologi poco competenti) il compito di trovare soluzioni per ridurre il rischio idrogeologico. Non è solo una scelta sbagliata, ma anche pericolosa e dispendiosa.

Gli interventi di sistemazione idraulica sono:

  • costosi (con sottrazione di risorse da altri capitoli di spesa pubblica);
  • poco sicuri (non si elimina il rischio, ma si “prova” a ridurlo);
  • pericolosi (la “sistemazione” dei fiumi in canali dove l’acqua scorre “meglio” comporta l’incremento di energia verso valle, in quanto gli interventi riducono i fattori di dissipazione tipici degli alvei naturali; se davvero fosse possibile contenere tutta l’acqua di piena entro l’alveo normale del Ceronda, ciò significherebbe che tutta la portata di massima piena, non potendo espandersi allagando la fascia sinistra, eserciterebbe un’azione erosiva devastante nei confronti della sponda destra, dove sorge il centro storico di Venaria);
  • dannosi per l’ambiente (comportano gravi ripercussioni per le cenosi acquatiche).

Gli interventi di sistemazione idraulica andrebbero effettuati nel “tentativo” di difendere i sistemi non ricollocabili: ponti, centri abitati  e, in qualche caso, impianti industriali. In tutte le altre situazioni è meglio lasciare ai fiumi il loro mestiere di trasportatori naturali dell’acqua, senza interferenze, nella maggior parte dei casi inutili, costose e pericolose e soprattutto evitando di costruire ancora lungo i fiumi. Ma cosa succede a Venaria?

  • con il progetto “La Venaria Reale” sono stati realizzati parcheggi in aree esondabili;
  • la circonvallazione ha coinvolto ampie aree della regione fluviale dello Stura ed un nuovo ponte;
  • il recupero della zona industriale Martinì, con la realizzazione di una nuova strada, coinvolge un complesso industriale realizzato in un’area sbagliata, a rischio idrogeologico;
  • è previsto un nuovo ponte sul Ceronda a monte del Castellamonte (sarà demolito?) per garantire i trasporti verso la zona industriale ancora presente nel Parco Basso e per migliorare la viabilità verso l’unicum Reggia-Mandria;
  • parte del Parco Basso è stato coinvolto per costosi interventi di realizzazione dei giardini connessi alla Reggia, cioè nell’area maggiormente esposta nell’alluvione del 1994.

Forse il prossimo autunno, forse tra 5 anni, forse tra 50 o 100, forse con un rischio maggiore in virtù dei cambiamenti climatici o forse (speriamo) mai, potrebbe verificarsi un alluvione come nel novembre 1994. La distruzione risulterebbe maggiore. Molti sosterranno che il clima è impazzito, che gli interventi di sistemazione idraulica non sono stati sufficienti, che non è stata compiuta la “pulizia” del fiume,…. La realtà sarà un’altra: le acque incontreranno più strutture da distruggere, tutte quelle edificate dopo l’alluvione del novembre 1994. Forse domani, forse (speriamo) mai!

Proponiamo la riapertura del dibattito intorno agli interventi realmente possibili in funzione dei seguenti criteri:

  • rinunciare al mito della sicurezza totale (è un obiettivo illusorio; la realtà è scomoda da accettare, ma va comunque spiegata ai cittadini, rinunciando alla demagogia);
  • economicità degli interventi (occorre spiegare ai cittadini che le risorse disponibili sono poche ed è inutile spendere per non risolvere il problema e per aumentare il rischio);
  • rispettare la libertà di divagazione del fiume (ovunque ciò sia possibile, secondo le concezioni più avanzate della gestione idraulica dei corsi d’acqua ed in coerenza con le necessità di tutela ambientale; condizione indispensabile per ottenere qualche risultato concreto);
  • intervenire su scala di bacino (non significa prevedere interventi di sistemazione idraulica tradizionali, inutili, dispendiosi e pericolosi ma, per esempio, prevedere casse di laminazione lungo il corso del Ceronda a monte di Venaria: il risultato è una riduzione dei picchi di piena e l’aumento dei tempi di corrivazione; la somma di tanti piccoli vantaggi porta ad un risultato significativo);
  • piccoli interventi (per esempio sulle soglie trasversali presenti anche nel tratto fluviale cittadino ed altri ancora, sempre riconoscendo che ciascuno non è determinante, ma utile, insieme agli altri, per la riduzione del rischio);
  • si esclude la demolizione del ponte Castellamonte; non è un intervento utile per la prevenzione dalle esondazioni; va invece riqualificato ed inserito nell’ambientazione storico-architettonica del complesso Reggia-Mandria come sua naturale destinazione;

si accetta l’agibilità dei parcheggi recentemente realizzati, ma si esclude la loro ricostruzione in caso di danni rilevanti causati da eventuali alluvioni; in ogni caso sono escluse realizzazioni di qualunque altra struttura a completamento o integrazione.